domenica 20 settembre 2009

I castagni al confine tra la vita e la morte


Albero è vita. Anzi, è il simbolo della vita. Ogni inverno muore e ogni primavera risorge, rimette le foglie e le gemme. È il tempo della resurrezione. Poi c'è l'albero genealogico, e risali per i rami fino alla sorgente della vita. Poi c'è l'albero del mondo, quello che regge il cielo e se sali per il suo tronco forte arrivi chissà dove. Talvolta però accade che un albero venga toccato dalla morte e allora ne viene come contagiato. Forse la morte svolazza qua e là, poi come stanca si posa su un ramo e quello rinsecchisce. Sicché ci sono alberi morti che, pure nella morte, resistono e occupano il centro della scena.

È successo nel marzo del 1945 sulla collina sopra Belluno, il Bosco delle castagne. La morte è passata di là, travestita con divise di solato, quanto di più prossimo alla banalità del male, alla normalità della morte. Ai rami dei castagni hanno appeso con le corde un grappolo di giovani. I castagni per qualche anno hanno continuato a rinverdire ogni volta che la traiettoria del sole si alzava dopo il lungo inverno e la vita si risvegliava. Poi il contagio ha fatto effetto, dopo qualche anno. E adesso quei castagni sono scheletri neri, con i rami tagliati. Non crescono, non buttano germogli. La cura di uomini che non volevano vederli abbattuti ha consentito che restassero lì, come relitti di quegli anni di morte. E ogni primavera, verso le Idi di marzo, salgono nel bosco per tornare a trovarli.

La morte si posò il 10 marzo. Partirono alle 18 dalla caserma D'Angelo a Mussoi. Dieci partigiani scortati dalla 7ª compagnia del battaglione Schröder, composto da SS altoatesini. Li avevano presi dalla caserma Tasso, allora sede della gendarmeria tedesca comandata dal tenente Karl. Le SS ne avevano chiesti cinquanta, di partigiani, ma Karl ne aveva solo dieci a disposizione. Era la risposta ad un attacco che pochi giorni prima i partigiani della brigata Leo Di Biasi avevano compiuto al Poligono, collocando come bersaglio un ritratto di Hitler con la scritta in rosso "Zigklt gut" (mirate bene). Si erano precipitati a toglierla, erano saltati in aria. L'attentato aveva fatto otto morti e una decina di feriti.

Partirono in assetto di guerra, con le armi spiegate, per arrampicarsi fino al Bosco delle castagne, scelto perché si poteva vedere da tutta la città, ed era vicino al luogo dell'attentato. Si chiamavano Montagna, Franco, Carnera, Nino, Portos, Penna, Rampa, Mino, Fiore, Joseph. Nomi di battaglia, nomi della clandestinità.

Mario Pasi, ravennate di origine, faceva il medico a Trento. Era arrivato quasi subito, nel febbraio del 1944, nel Bellunese, e si era arruolato tra i partigiani. Catturato alle Roe di Sedico nel novembre, fu a lungo torturato nella caserma Tasso. Tentò di tagliarsi le vene, fece uscire un biglietto scritto col sangue ("Cari compagni, mandatemi del veleno, non resisto più"). Gli perforarono un ginocchio, una gamba andò in cancrena, sicché lo trasportarono prima su una Topolino, poi sopra una scala a pioli presa da una casa a Tavazzoi.

Franco era invece Giuseppe Santomaso. Come Pasi, aveva fatto l'Albania. Ventiquattro anni, era nato in Alpago. Catturato a Paderno, fu torturato alla Tasso. Francesco Bortot era Carnera. Aveva 23 anni, era sto preso con Santomaso a Paderno. Marcello Boni, Nino, era di Perarolo, arrestato a Caralte per una delazione insieme a Renato De Zordo (morto sotto le torture), Giuseppe De Zordo (impiccato in piazza dei Martiri) con la moglie e le sorelle Dina e Iva, e Salvatore Cacciatore (Ciro), anch'egli impiccato in piazza dei Martiri. Piero Bertanza, Portos, 19 anni, operaio di Brescia, era fuggito da un cantiere della Todt (l'organizzazione tedesca di lavoro coatto) con un camion carico di armi che trasportò nel Bellunese. Faceva parte della missione americana del capitano Chappel. Giuseppe Como, Penna, era di Frontin di Trichiana, aveva 20 anni: fu catturato per una spiata. Rampa era Ruggero Fiabane di Valmorel, 28 anni, catturato durante un rastrellamento. Era sposato con due figli. Fu torturato alla Tasso. Di Trichiana era anche Giovanni Cibien, Mino, 20 anni. Anch'egli fu tradito da una spia, che gestiva un'osteria a Frontin. Guido Candeago, Fiore, 23 anni, era di Sedico. Giuseppe Cibien, di Trichiana, 28 anni, era stato arrestato durante un rastrellamento, mentre lavorava il campo. È l'undicesimo morto di quella giornata, fucilato nel cortile della caserma D'Angelo dopo che i tedeschi si erano accorti di aver impiccato per sbaglio un altro Cibien. Infine Joseph: uno sconosciuto soldato francese, aggregato alla brigata Tollot (operava nella zona di Trichiana): stava organizzandosi per rientrare in Francia percorrendo a tappe la strada fino al confine.

In cima alla collina, per il loro incontro con gli alberi, arrivarono a stento per il sentiero dietro la chiesetta di Vezzano. C'è una lapide, in cima, che li ricorda. Solo i nomi, sotto una scritta: "Amarono la libertà più che la vita". Franco (Santomaso) aveva scritto alla fidanzata: "Vorrei essere vicino a te e non lasciarti più, ma purtroppo questo non è possibile perché io ho un dovere da compiere. Lo sai che combatto per una causa giusta, per un'ideale che darà benessere a tutto il popolo. tanti ci chiamano degli esaltati, degli illusi e non capiscono invece che siamo degli italiani che sanno volere i loro diritti". È la rivendicazione di una scelta: di vita e anche di morte.

Parole semplici, quelle della lettera e quelle della lapide. Di solito le lapidi grondano retorica. Parlano di martirio e sacrificio, parole tratte dalla tradizione religiosa. Parlano di calvario, talvolta, e il Bosco delle castagne in realtà a un Calvario assomiglia. Come nel dipinto di Palazzo Piloni a  Belluno, che riproduce quell'episodio. una scala a pioli sulle spalle al posto della croce, una morte come "riscatto", "martiri" cioè testimoni (di una fede, di un ideale). Il linguaggio dell'epoca era così. Eppure su quella lapide non c'è spazio per la retorica, solo per tre parole che, in quel tempo e in quello spazio, assumono valore di assoluta e, appunto, lapidaria concretezza: amore, libertà, vita. È uno sguardo al futuro, non al passato.

Lì si sono incontrati alberi e uomini. Gli alberi, per i bellunesi, sono rimasti a testimoni, ma come colpiti dall'uccello della morte, fulminati da quanto avevano visto. Più che quella lapide, i monumenti sono loro.

 
(Uomini e alberi, Toni Sirena, Cierre edizioni)

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